Vi siete mai chiesti come fosse davvero la vita dei bambini italiani durante la Seconda Guerra Mondiale? Tra il 1943 e il 1945, migliaia di giovanissimi scelsero di non restare a guardare.
Molti ragazzi nati tra il 1922 e il 1925, insieme a bambini di appena 10-12 anni, parteciparono attivamente alla Resistenza.
Diventarono staffette partigiane, sfidando il pericolo per trasportare messaggi, cibo o armi, trasformandosi in piccoli, ma fondamentali protagonisti della Liberazione.
Eppure, la loro infanzia era stata progettata per tutt’altro.
Nelle scuole, l’esaltazione del regime fascista era totale. Le lezioni, divise tra mattina e pomeriggio, seguivano un programma rigido: il libro di testo era unico, ma differenziato tra città e campagna per indirizzare precocemente i bambini verso l'industria o l'agricoltura.
Dopo i Patti Lateranensi del '29, anche l'insegnamento della religione era diventato obbligatorio. Il controllo ideologico passava persino per i saluti. All’uscita da scuola gli studenti erano obbligati a salutare così: la maestra diceva “Saluto al Re” e loro rispondevano “Viva il Re”. Poi diceva “Saluto al Duce” e questi rispondevano “A Noi”, alzando il braccio secondo il saluto romano.
L’istruzione oltre la quinta elementare, però, restava un privilegio per pochi; i figli delle famiglie meno abbienti venivano spesso indirizzati al lavoro già a 12 anni.
Fin dalla più tenera età, le nuove generazioni venivano militarizzate. I più piccoli, fino ai 7 anni, chiamati "Figli della Lupa", indossavano camicia nera e una fascia bianca con la "M" di Mussolini e le bambine diventavano "Piccole Italiane", con divise rigorosamente bianche e nere.
I maschi, dai 7 ai 14 anni, entravano nei "Balilla": portavano il fez e ricevevano in dotazione un piccolo moschetto, a conferma del motto “Libro e moschetto, fascista perfetto”. Dopo i 14 anni i ragazzi venivano inquadrati negli “Avanguardisti”, che indossavano una divisa grigio-verde, con i vari gradi e divisi in corti, legioni o milizie, proprio come avveniva nelle antiche organizzazioni militari romane, che Mussolini aveva preso a modello. Avevano delle armi, che non potevano portare a casa, però venivano radunatati tutti i sabati pomeriggio per i corsi pre-militari, fino a diciotto anni. Il sabato fascista, infatti, era dedicato ad attività culturali, sportive, paramilitari e di addestramento ideologico, finalizzate al controllo sociale e alla fascistizzazione soffocante della popolazione, in particolare giovani.
“Ma poi c'erano quei bambini, che inconsapevoli dei rischi, aiutarono gli adulti a liberare l'Italia".
Esempi di questo coraggio si trovano ovunque.
Come gli scugnizzi di Napoli travolti dalla guerra e costretti a diventare adulti dalla vita, dagli eventi, dal mostro che nessuno sembrava poter controllare.
Nel settembre del 1943 a Napoli gli scugnizzi non erano solo i poveri nati sfortunati: erano anche i figli degli sfollati dai palazzi crollati sotto le bombe americane e inglesi, dell’artiglieria e delle mine tedesche, erano i piccoli rimasti orfani di guerra. A Napoli, tra il 1941 e il 1943, tutti i bambini, che con il loro coraggio incosciente quasi giocoso si videro interrotta bruscamente la loro vita in aiuto ai Partigiani e si trasformarono in combattenti improvvisati contro le mine e i carri armati tedeschi erano degli scugnizzi!
A Roma, invece, la storia ricorda il dodicenne Ugo Forno, che il 27 aprile 1944, scoprì che i tedeschi stavano minando il ponte sull'Aniene per farlo saltare. Invece di scappare, avvisò un gruppo di contadini armati e partecipò all'attacco per difendere la struttura. I tedeschi batterono in ritirata, ma un colpo di mortaio lo centrò in pieno petto.
Ughetto fu l’ultimo romano a cadere per la Resistenza e quel ponte, rimasto intatto, porta ancora oggi il suo nome.
Ricordare queste "piccole creature" del nostro passato è un dovere.
Ed è anche per queste piccole creature del passato della nostra Italia, che dobbiamo ribellarci tuttora al Fascismo.
La loro storia ci insegna l'importanza di opporsi a ogni forma di autoritarismo e nazionalismo, perché non prenda piede e perché le nostre generazioni future non vedano mai le atrocità di un movimento politico autoritario e nazionalista e della guerra.
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